Arti Marziali

  • bruce lee

    Imparare un’arte marziale è in primo luogo dedicare del tempo a se stessi.

    Sviluppare le proprie potenzialità in un ambiente in cui si divulgano le discipline del corpo e della mente.

    I benefici nel praticare arti marziali sono molteplici: miglioramento fisico, aumento della coordinazione motoria, dell'equilibrio, maggior agilità e flessibilità. L’obiettivo dei nostri insegnamenti consiste nello studio dell’uomo nel suo complesso psicofisico, aiutandolo a conoscersi e a migliorarsi nel suo aspetto fisico, intellettuale, emotivo ed istintivo. I mezzi attraverso i quali tendiamo a realizzare questi obiettivi, sono le arti marziali e le discipline orientali e occidentali.

    La scuola offre, allo studente una formazione multidisciplinare e non unilaterale allo scopo di fornire gli elementi per una crescita psicofisica completa.

    La nostra metodologia di insegnamento è la seguente:

    •Insegnare per principi e non per tecniche

    •Spiegare la biomeccanica del corpo umano

D.S.K.F. jkd

  • arti marziali

     Nel wing chun, come in altri sistemi, arrivati ad un certo punto, nonostante anni di duro allenamento si riesca ad acquisire una buona abilità con tecniche avanzate, ritenute, a volte, tecniche superiori e segrete, il progredire tecnicamente sembra essere difficile se non si apprendono le corrette meccaniche.

    Queste sono legate all’apprendimento del funzionamento articolare, alla capacità di reclutamento e differenziazione muscolare, e dall’uso corretto delle proprietà meccaniche dello scheletro nella sua funzione di struttura portante.

    Il tutto si può riassumere in una sola parola, propriocezione.

    Le nostre articolazioni, i legamenti, i tendini e i muscoli, sono ricchi di sensori (propriocettori), che inviano continuamente al nostro cervello informazioni sulla nostra posizione in rapporto con l’ambiente circostante, sulla posizione dei vari segmenti corporei, e il rapporto tra loro, la velocità di contrazione e di stiramento muscolare, l’entità della tensione esercitata dai muscoli, ecc.

    Maggiore è la sensibilità e la precisione con la quale questi sensori (analizzatore cinestetico), regolano e controllano i nostri movimenti, maggiore è l’accuratezza con cui riusciremo a visualizzare la nostra immagine corporea e quindi, più precise ed efficienti saranno le nostre reazioni.

    E’ evidente quindi, la necessità di un perfezionamento di quest’abilità visto e considerato che “il wing chun non si muove, ma reagisce”.

    Questo significa che il wingTchun (WEAC) basa le sue tecniche su reazioni automatizzate (su base propriocettiva), e rese naturali tramite specifici esercizi, e non su movimenti volontari, che richiedono tempi di elaborazione ed esecuzione molto più alti (circa 200-240 msec) rispetto alle reazioni automatizzate (tra i 100 e i 120 msec).

    Questo è uno dei tanti motivi per cui il wing chun cerca e predilige il contatto con l’avversario.

    Voglio precisare, in ogni modo, che questo è solo un aspetto dell’apprendimento del wingTchun, utile a capire la giusta postura che il nostro corpo deve assumere in ogni situazione, garantendo l’estrinsecazione di un alto livello d’energia, in linea con il “principio della coordinazione cronologica dei singoli impulsi”, che, creando un lavoro dinamico di grandi catene muscolari e articolari, consente di sviluppare notevoli quantità d’impulso.

    Imparare ad utilizzare queste meccaniche, permette di fare un passo decisivo verso un uso più efficace delle tecniche di Wing chun (…ma in realtà di qualsiasi altro sistema), sia sotto l’aspetto marziale e sia sotto quello del benessere psicofisico, allo stesso livello delle più note arti marziali interne.

    In questo aspetto la WEAC può essere inserita a buona ragione, tra i primissimi posti per quel che riguarda lo studio e le applicazioni delle corrette meccaniche, che tramite esercizi studiati appositamente dal Prof. Riccardo Vacirca, che fin da subito, evidenziano gli enormi vantaggi che recano, sia all’efficacia e al funzionamento delle tecniche, e sia sotto l’aspetto salutistico e riabilitativo.

    Questo è stato confermato da studi, ricerche, e test effettuati, anche, con apparecchiature sofisticate in laboratori di valutazione funzionale a Roma, dove, per esempio, con elettromiografia ad aghi, si è potuto testare e dimostrare l’efficacia di tali esercizi, dimostrando in tutti i componenti del gruppo testato, composto dallo stesso M° Riccardo Vacirca e da insegnanti, istruttori e allievi della WEAC, un altissimo livello di coordinazione e capacità di reclutamento e differenziazione muscolare.

    Aumentando rendimento e potenzialità, permettendo ad ognuno di aumentare la propria espressione di forza (energia prodotta), dando ad ogni movimento e tecnica un’efficacia, altrimenti, difficilmente raggiungibile, se non da quei pochi, in possesso di una fisicità e un rendimento atletico sopra la media, per i quali, potrebbe anche, non essere necessario uno studio troppo approfondito e curato dell’arte marziale per dimostrare la loro efficacia in combattimento.

    arti marziali

    Il wing chun, come qualsiasi altra disciplina (o anche sport) ha bisogno di ben precise abilità, presupposti essenziali, non basta conoscere cosa fare (nozione superficiale).

    Una corretta biomeccanica si acquisisce con una specializzazione nella lettura ed elaborazione delle informazioni provenienti dall’analizzatore cinestetico per la programmazione di reazioni efficaci. A rendere la cosa più complicata c’è il fatto che noi abbiamo piena coscienza solo di una parte delle informazioni provenienti da questo sistema, la percentuale maggiore di esse non supera le soglie della coscienza. E questo contribuisce a creare il conflitto, per la moltitudine di modelli che si generano a causa delle molte interpretazioni a cui possono dar vita le informazioni e le nozioni che ci giungono per via scritta, orale e visiva, per la realizzazione di una maggiore efficacia possibile nell’applicazione delle tecniche.

    È sicuramente più facile intuire ora, come, l’elaborazione e l’interpretazione delle nozioni, sia responsabile della più o meno efficacia delle tecniche. Anche, quando queste informazioni sono reali e complete. Figuriamoci quando ci arrivano incomplete.

    È possibile ora riprendere l’esercizio visto in precedenza, cercando di completare ed arricchire le direttive, per poter ridurre, in maniera significativa, i modelli interpretativi, e permettere a più persone di riuscire a creare l’effetto di una stabilità importante, fondamentale per dare alla propria conoscenza tecnica, energia per una reale efficacia.


    Da posizione in piedi:

    •Divaricare le gambe, larghezza spalle o bacino.

    •Le gambe sono piegate a circa 120° (angolo al ginocchio).

    •Pianta del piede rilassata e ben aderente a terra.

    •Piede in leggera pronazione con talloni più esterni delle punte.

    •Le ginocchia non sono spinte verso l’interno (errore comune), ma sono le gambe che devono tendere ad una leggera intrarotazione.

    •Il bacino è leggermente ruotato in avanti sull’asse trasversale passante per le vertebre lombari.

    •I glutei non vanno contratti (altro errore comune).

    •Anche la muscolatura addominale non è contratta in maniera volontaria, ma la sua tensione varia al variare delle pressioni esercitate.

    •La muscolatura autoctona del dorso ha funzione di forte stabilizzatore del rachide, ma sempre mantenendo la sua naturale flessibilità.

    •La respirazione è diaframmatica e naturale e non bisogna gonfiare l’addome in maniera esagerata e forzata.

    •Le spalle sono rilassate e la testa va tenuta in posizione eretta, come se ci fosse un filo attaccato all’occipite che tiri la testa in alto.


    Probabilmente, molti ancora, non riusciranno ad opporsi con efficacia, senza perdere l’equilibrio in maniera vistosa, ad una pressione (spinta) esercitata con impegno da un partner.

    La cosa dovrebbe essere, invece, normale a chi pratica wing chun da quattro o cinque anni.

    Eppure, nonostante la loro sinteticità, le informazioni esprimono realmente quello che si deve fare per creare l’effetto, è il modo più sincero, onesto e preciso di descrivere il come realizzare quella stabilità da cui prendono energia le tecniche, tutte, qualsiasi esse siano.

    Altrimenti, succede davvero quanto descritto nell’esempio del “sollevare un bilanciere carico 100Kg da una panca professionale e da un materasso” (appoggio non stabile). Infatti, anche se possedeste la forza, ed una perfetta tecnica per spingere 150Kg, da un appoggio (posizione) instabile, riuscireste ad applicare soltanto una percentuale del vostro potenziale (è ovvio che accada la stessa cosa anche per i calci e per i pugni).

    arti marziali

    Ed ecco spiegata quella differenza di efficacia tra l’eseguire le tecniche in allenamento (nello specifico del wing chun, le sezioni dal chi-sao e dal lat-sao), e dall’eseguirle in combattimento, con situazioni di stress psichico ed impegno fisico notevoli.

    Provate ad osservare come, in queste situazioni, i vostri partner d’allenamento, o avvolte anche istruttori o insegnanti, modificano, in modo marcato, il loro portamento, cambiano configurazione per trovare l’efficacia dei loro movimenti, per riuscire a risolvere a proprio favore la specifica situazione.

    E spesso con atteggiamenti e reazioni che poco hanno a che fare con lo stile praticato, e per i quali non è necessario praticare così tanto e a lungo.

    E allora! perché praticare per anni dei movimenti che sono studiati per risolvere situazioni di reale aggressione, e poi, quando è il momento di metterli in pratica, fare altre cose? Non sarebbe allora, più conveniente, addestrarsi in maniera cosciente su queste altre cose?

    È con la biomeccanica che le tecniche, tutte, acquistano più concretezza, quindi, forza, velocità, fluidità ed efficacia, da qualsiasi posizione.

    Perché, è a questo che serve un sistema d’autodifesa, soprattutto a chi non è dotato di atleticità o fisicità rilevante

    È la biomeccanica che può permettere, a chiunque, di affrontare alla pari un avversario con superiorità fisica ed atletica. Realmente.

    Benessere psico-fisico e rendimento funzionale. Questi sono i principi fondamentali su cui si basa lo studio di un’arte marziale.

I Punti Vitali – KYUSHO

  • I centri soprasensibili, in cui l’energia sale a livello superficiale, costituiscono i punti vitali (Kyusho) distribuiti su tutto il corpo.

    Secondo la medicina tradizionale cinese, essi seguono i 14 meridiani che corrispondono ai canali nei quali scorre il Ki (energia o soffio vitale) in 365 punti del nostro corpo. Possono essere trattati con agopuntura, shiatsu o moxa, ma rappresentano anche i punti vulnerabili che un praticante di arti marziali deve conoscere per realizzare la massima efficacia nel combattimento.

    Lo stato di benessere, lo «scorrere armonioso dell’energia lungo il sistema dei meridiani», dipende dalla capacità dell’individuo di regolare i suoi ritmi di vita, la sua dieta, il suo stato psichico: è il medesimo principio a suggerire una serie di esercizi fisici, per esempio anche a imitazione dei movimenti degli animali, che ha lo scopo di facilitare lo scorrere del Ki nel sistema dei meridiani.

    D’altro canto si può facilmente immaginare come la consuetudine al combattimento fisico, soprattutto senza armi, abbia permesso di fare importanti scoperte sulla circolazione energetica e quindi di aumentare le conoscenze sui punti efficaci nell’equilibrarla e nello squilibrarla: tant’è vero che ogni scuola di arti marziali ha custodito gelosamente per secoli e secoli le sue scoperte su quei punti che, colpiti con precisione e con la giusta pressione, possono provocare non solo dolore e paralisi temporanea, ma anche lesioni permanenti o addirittura morte.

    Le tecniche mirano a colpire il corpo sui punti vitali illustrati in queste figure.











    Colpire la testa è sempre molto pericoloso: si possono provocare una commozione cerebrale o danni al cervello.

    Colpire un avversario alla tempia, o al mento, è un modo per renderlo immediatamente incosciente. Un altro noto punto vitale è il plesso solare , un centro da cui i nervi s’irradiano nella zona epigastrica.

    Il centro di gravità del corpo è posto circa sette centimetri sotto l’ombelico. Questo è il punto intorno al quale occorre equilibrare tutti i movimenti.

    Se ci si muove in avanti, per bilanciarsi bisogna spingere una gamba indietro; se ci si piega verso terra, il peso dev’essere equamente distribuito dietro e davanti a questo punto. I cinesi chiamano questo punto dan-dian, i giapponesi hara, in ogni caso gli orientali ritengono che sia il centro della forza vitale del corpo.

    Per disarmare un avversario e immobilizzarlo, risulta particolarmente efficace premere le giunture o i nervi delle mani e delle braccia . Le ossa del polso sono fatte in modo da impedirne il piegamento laterale (in alto). Quando un avversario torce il polso (in basso), tutto il corpo deve piegarsi per assorbire la pressione.

    Nel corpo vi sono giunture che non possono muoversi in tutte le direzioni. Il gomito non si può forzare oltre i 180 gradi in alto. Premendo nella direzione in cui la giuntura non può più piegarsi, si obbliga tutto il corpo a rispondere.

    Colpendo i muscoli della coscia con il ginocchio, la gamba dell’avversario resta temporaneamente paralizzata. Esistono punti simili anche sulla mano e sull’avambraccio. Colpendo il tendine del ginocchio o il tallone d’Achille , cioè i tendini dietro il ginocchio oppure dietro il calcagno, verranno messi fuori uso la gamba o il piede dell’avversario.

    Non tutti i centri energetici sono da considerare vitali, infatti si possono suddividere in:

    •Punti vitali (che provocano disfunzioni immediate o ritardate);

    •Punti terapeutici (che provocano benessere se massaggiati);

    •Punti di agopuntura (utilizzati per curare, guarire, rigenerare il corpo o la mente).

    C’è una relazione totale tra questi punti ma è indispensabile la padronanza del Ki per poterli colpire efficacemente.

Mixed Martial Arts

Scuola Akido

Brazilian Jiu Jitsu

Storia della Capoeira

  • La storia della capoeira è molto complessa e difficile da tracciare in maniera precisa, soprattutto per la carenza di documenti scritti al riguardo e per la distruzione di questi dopo l'abolizione della schiavitù in Brasile; di certo sappiamo che trae le sue origini dalla mescolanza di rituali di lotta e danza di alcune tribù africane già colonie dei portoghesi, catturate e fatte schiave in massa per essere deportati in Brasile.

    Il 22 aprile 1500 Pedro Álvares Cabral sbarca in Brasile e dietro di lui la civilizzazione portoghese. I colonizzatori per risolvere il problema di manodopera schiava cominciano a catturare africani (più robusti fisicamente degli indios autoctoni, decimati dalle malattie portate dai colonizzatori). Gli schiavi venivano sfruttati nelle piantagioni (canna da zucchero, tabacco, caffè, ecc.) per molte ore al giorno, ritirandosi poi nelle Sem-Alas (sem = senza, ala = lato di muro), grandi e miseri dormitori sotterranei, bui e senza mura divisorie, vivendo in condizioni pessime. Con le ingerenze olandesi nelle colonie portoghesi (1624-1654) in Brasile gli schiavi approfittarono degli scontri per darsi alla fuga. Alcuni si organizzarono in comunità indipendenti, nei villaggi detti quilombos.

    Questo periodo fu sicuramente un catalizzatore dello sviluppo della capoeira. Uno di questi villaggi, Palmares, all'epoca probabilmente collocato nello Stato nordestino Alagoas, è assurto a simbolo della lotta degli schiavi contro i loro carnefici. Fondato nel 1610, il primo Palmares sopravvisse per più ottant'anni resistendo all'incalzare dei portoghesi; fu distrutto nel 1695 dopo un assedio di 5 anni e 9000 soldati impiegati.

    I primi documenti che parlano di capoeira risalgono al 1624, si tratta di diari dei capi di spedizione incaricati di catturare e riportare indietro gli schiavi neri che tentavano di scappare. Questi documenti fanno riferimento ad uno strano modo di combattere, "usando calci e testate come fossero veri animali indomabili".

    Il mito diffuso è che la capoeira fosse un modo per gli schiavi di allenarsi a combattere dissimulando, agli occhi dei carcerieri, la lotta con la danza. Questo può essere vero solo per uno stadio molto primitivo del suo sviluppo, perché in realtà la pratica della capoeira a partire dal 1814 venne vietata agli schiavi, assieme ad altre forme di espressione culturale, principalmente per impedirne l'aggregazione, anche se alcune fonti dicono che questa forma di arte marziale ha continuato ad esistere e svilupparsi considerando il fatto che sia sopravvissuta fino ai nostri giorni.

    Il 1888 fu l'anno di liberazione dalla schiavitù, ma gli schiavi liberati non ebbero modo di integrarsi facilmente nel tessuto socio-economico. Specie nelle grandi città, molti di loro si diedero al crimine per sopravvivere, facendo spesso ricorso alla capoeira negli scontri con altri delinquenti o con la polizia. La capoeira fu quindi presto associata alla delinquenza di strada, tanto da venire proibita a livello nazionale già dal 1892. La pratica della capoeira rimase clandestina (da questo deriva l'uso per ogni capoeirista di un apelido, un soprannome), spesso violenta e praticata solo nelle strade da individui malfamati, schedati appunto dalla polizia come capoeiristas.

    Nel 1930 la politica nazionalistica del presidente/dittatore Getúlio Vargas, in cerca di uno sport da promuovere come sport nazionale, diede l'opportunità a Mestre Bimba di riscattare la fama negativa della capoeira mediante lo stile di "Lotta Regionale di Bahia", da lui ideato. Nel 1932 gli venne permesso di aprire la prima academia nella quale impose anche delle regole di disciplina per ripulire la cattiva immagine che l'opinione pubblica aveva della capoeira. Dopo una pubblica esibizione di Mestre Bimba e dei suoi allievi finalmente lo sport ebbe il suo riscatto, e cominciò la sua lenta ascesa.

    Nel 1974 la capoeira è stata riconosciuta come sport nazionale brasiliano. Nel 1957 Mestre Canela porta la capoeira in Italia, prima a Roma dove istruisce qualche allievo, poi sposta il suo gruppo a Viterbo.

    Nel 2007 ha festeggiato i cinquant'anni della capoeira in Italia con una gara nella Palestra della Verità di Viterbo.

Scuola Judo

  • Il Judo (柔道, Jūdō, Via della Cedevolezza) è un'arte marziale giapponese formalmente nata in Giappone con la fondazione del Kōdōkan da parte del Prof. Jigorō Kanō, nel 1882. I praticanti di tale disciplina sono denominati judoisti o più comunemente judoka (柔道家, jūdōka?), con un certo abuso di linguaggio in quanto la parola 家ka è un suffisso nobiliare che andrebbe usato solamente dal raggiungimento del 3°Dan in poi.

    Il jūdō è la via (道) più efficace per utilizzare la forza fisica e mentale. Allenarsi nella disciplina del jūdō significa raggiungere la perfetta conoscenza dello spirito attraverso l'addestramento attacco-difesa e l'assiduo sforzo per ottenere un miglioramento fisico-spirituale. Il perfezionamento dell'io così ottenuto dovrà essere indirizzato al servizio sociale, che costituisce l'obiettivo ultimo del jūdō.[1] Jū (柔) è un bellissimo concetto riguardante la logica, la virtù e lo splendore; è la realtà di ciò che è sincero, buono e bello. L'espressione del jūdō è attraverso il waza, che si acquisisce con l'allenamento tecnico basato sullo studio scientifico

    Il jūdō è in seguito divenuto ufficialmente disciplina olimpica nel 1964, in occasione delle Olimpiadi di Tōkyō, e ha rappresentato alle Olimpiadi di Atene 2004 il terzo sport più universale, con atleti da 98 paesi.


    PICCOLA DESCRIZIONE DELLA DISCIPLINA JUDO

    Per ottenere ciò, nell'ottica educativa della disciplina, è necessario impiegare proficuamente le proprie risorse, il proprio tempo, il lavoro, lo studio, le amicizie, allo scopo di migliorarsi continuamente nella propria vita e nelle relazioni con gli altri, conformando cioè la propria vita al compimento del principio del "miglior impiego dell'energia". Si stabilì cosi l'alto valore educativo della disciplina del judo, unita alla sua grande efficacia nel caso venisse impiegato per difendersi dalle aggressioni.

    Il judo mira a compiere la sintesi tra le due tipiche espressioni della cultura giapponese antica e cioè Bun-bu, la penna e la spada, la virtù civile e la virtù guerriera: ciò si attua attraverso la pratica delle tre discipline racchiuse nel judo, chiamate rentai (cultura fisica), shobu (arti guerriere), sushin (coltivazione intellettuale).

    Il judo conobbe una straordinaria diffusione in Giappone, tanto che non esisteva una sola città che non avesse almeno un dojo. Parallelamente si diffuse nel resto del mondo grazie a coloro che avevano modo di entrare in contatto col Giappone; furono principalmente commercianti e militari che lo appresero, importandolo poi nel loro paese d'origine. Non meno importante fu la venuta in Europa intorno al 1915 di importanti maestri giapponesi, allievi diretti di Jigoro Kano, che diedero ulteriore impulso allo sviluppo del judo, tra cui Gunji Koizumi in Inghilterra nel 1920 e Mikonosuke Kawaishi in Francia.

    Jigoro Kano morì nel 1938, in un periodo in cui il Giappone, mosso da una nuova spinta imperialista, si stava avviando verso la seconda guerra mondiale. Dopo la disfatta, la nazione venne posta sotto il controllo degli USA per dieci anni e il judo fu sottoposto ad una pesante censura poiché catalogato tra gli aspetti pericolosi della cultura giapponese che spesso esaltava la guerra. Fu perciò proibita la pratica della disciplina ed i numerosi libri e filmati sull'argomento vennero in gran parte distrutti. Il judo venne poi "riabilitato" grazie al CIO (comitato olimpico internazionale) di cui Jigoro Kano fece parte quale delegato per il Giappone, e ridotto a semplice disciplina di lotta sportiva ma i suoi valori più profondi sono ancora presenti e facilmente avvertibili dai partecipanti.


    AI GIORNI NOSTRI

    A partire dal dopoguerra, con l'organizzazione dei primi Campionati Internazionali e Mondiali, e successivamente con l'adesione alle Olimpiadi, il judo si è sempre più avvicinato allo sport da combattimento mutuandone le caratteristiche tipiche dell'agonismo proveniente dalle discipline di lotta occidentali.

    Si è perciò cominciato a privilegiare la ricerca del vantaggio minimo che permette di vincere la gara, a discapito della ricerca della tecnica perfetta che attribuisce la vittoria immediata, ma che espone a maggiori rischi di subire un contrattacco. Questo è possibile utilizzando tecniche derivate dalla lotta libera che per efficacia in gara si contrappongono alle tecniche tradizionali del judo ma che ne tradiscono l'indirizzo bujutsu che caratterizza queste ultime.

    Questo risvolto, purtroppo inevitabile, non ha fatto che aumentare con l'entrata in scena, avvenuta negli anni ottanta, degli atleti dell'ex URSS, aventi una lunga tradizione di lotta sambo alle spalle la quale, epurata delle tecniche dei colpi, ben si presta ad un confronto agonistico col judo.

    In conseguenza di ciò, si è sviluppata la tendenza a privilegiare un tipo di insegnamento che metta in condizioni gli allievi di guadagnare immediatamente punti in gara, privilegiando talora posizioni statiche del tutto contrarie alla filosofia della via della cedevolezza (che è il significato del termine judo). Purtroppo in questo modo viene spesso tralasciato l'aspetto educativo e formativo della disciplina. Questa pratica è spesso indice di scarsa preparazione degli istruttori, che non comprendono la necessità di fornire un'adeguata base tecnica e morale prima di focalizzarsi sul combattimento vero e proprio.

    Allo scopo di riaffermarne il valore, si sono costituite nel tempo Federazioni Sportive anche di carattere internazionale che tendono a far rivivere i principi espressi dal Maestro Jigoro Kano, quantunque anch'esse si dedichino all'attività agonistica. Queste federazioni sono riunite all'interno di Enti di Promozione Sportiva riconosciuti dal CONI, quali, CSI, UISP, CSEN, ACSI, ed altre. In Italia la federazione ufficiale appartenente al CONI è la FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali).

    Questo non significa però che vi siano due tipologie di scuole di jūdō dove una si ritenga superiore all'altra. Come scrisse lo stesso Jigorō Kanō: «Anche nel periodo antico esistevano maestri che impartivano nozioni di tipo etico oltre che tecnico: si trattava di esempi illuminati ma che, tenendo fede al loro impegno di maestri, dovevano necessariamente privilegiare la tecnica. Nel jūdō invece gli insegnanti devono percepire la disciplina soprattutto come educazione, fisica e mentale.» Aggiungendo inoltre che «per coloro che si dimostrassero particolarmente portati alla competizione è lecito interpretare sportivamente la disciplina, purché non si dimentichi che l'obiettivo finale è ben più ampio.»

    Pertanto, nella scelta del dojo, è importante affidarsi a maestri di provata esperienza che tengano corsi per tutti, quindi sia per l'agonista quanto per l'amatore, indipendentemente dall'ambito della federazione o dell'ente promozionale.

Discipline Sportive SANDA

  • Nell'ambito delle arti marziali cinesi (Wushu) il SANDA (noto in Asia anche come "sanshou") è tra le discipline di ultima generazione, non per questo la sua immagine si distacca dalle discipline cosiddette "tradizionali". In Cina, ad esempio, il SANDA  viene insegnato all'interno degli Istituti Universitari per l'Educazione Fisica dove esistono rami di laurea in scienze motorie con indirizzo Wushu, e all'interno dei programmi di formazione il SANDA rappresenta una materia di studio e ricerca.  Gli istituti universitari cinesi hanno anche delle squadre rappresentative, sia di Sanda che di Taolu (le forme del wushu) che concorrono a livello nazionale


    La Struttura Tecnica

    Il SANDA nacque a metà degli anni '70 dall'esigenza di creare un sistema sportivo che mettesse a confronto nel combattimento i praticanti di arti marziali cinesi. Purtroppo la diversità tra gli antichi stili di Wushu non permetteva un confronto basato su regole facilmente gestibili: ad esempio negli stili tradizionali non di rado vi sono colpi su articolazioni e altri punti vitali.  Fu così che la commissione nazionale cinese per lo sport codificò un sistema di combattimento basato su precise regole che consentisse l'uso di calci, pugni e proiezioni al suolo, senza mirare a bersagli troppo vulnerabili (quali articolazioni, gola, genitali, ecc) e che prevedesse opportune protezioni al capo. alle tibie, alle mani, al busto e ai genitali.  Furono quindi estrapolate tecniche di calcio dagli stili di Wushu del nord della Cina (famosi appunto per l'uso delle gambe), le proiezioni tipiche della lotta cinese (shuaijiao), mentre l'uso dei guantoni impose una tecnica pugilistica di stampo più occidentale che però ha moltissimi punti in comune con i principi e la tecnica cinesi. Da allora il SANDA ha seguito un proprio percorso di sviluppo tecnico e sportivo. Attualmente vi sono 3 tipi di competizione, tutte a pieno contatto:

    Sanda dilettantistico , che consente di colpire con pugni, calci e proiezioni - 3 riprese da 2 minuti con protezioni complete;

     

    Il Sanda professionistico , a cui vengono aggiunte le ginocchiate - 5 riprese da 2 minuti solo con guantoni e conchiglia;

     

    "art of war" (il nome deriva dall'antico trattato militare del generale Sun Zi) dove, a differenza dei primi due, è consentito lottare anche a terra, usando guantini aperti.  In occidente esiste anche una categoria destinata agli esordienti, dove è consentito colpire e proiettare ma applicando una forza ridotta ed escludendo le tecniche di proiezione più pericolose, ovviamente con protezioni complete.

     

    Il Sanda sportivo in Italia

     

    A differenza di altri sport da combattimento, dove esistono miriadi di sigle ciascuna col proprio "campione del mondo", il SANDA agonistico in Italia viene riconosciuto ufficialmente dal CONI unicamente tramite la FIWuK (Federazione Italiana Wushu Kungfu), federazione associata. Va da sé che, a differenza di altri settori del combattimento, i "campioni" di SANDA non fioriscano come funghi. Il motivo è da ricercarsi proprio nella esclusività di un settore altamente competitivo dove chi diventa "campione" lo è sul serio, come avviene del resto in tutte le discipline riconosciute dal CONI (judo - karate - lotta - pugilato).

Scuola di Ju Jitsu

  • Il jūjutsu (柔術) è un'arte marziale giapponese il cui nome deriva da jū, o "jiu" secondo una traslitterazione più antica, ("flessibile", "cedevole", "morbido") e jutsu ("arte", "tecnica", "pratica"). Veniva talvolta chiamato anche taijutsu (arti del corpo) oppure yawara (sinonimo di jū). Il jūjutsu era praticato dai bushi (guerrieri), che se ne servivano per giungere all'annientamento fisico dei propri avversari, provocandone anche la morte, a mani nude o con armi.


    Il jūjutsu è un'arte di difesa personale che basa i suoi principi sulle radici del nome originale giapponese: Hey yo shin kore do, ovvero "Il morbido vince il duro". In molte arti marziali, oltre all'equilibrio del corpo, conta molto anche la forza di cui si dispone. Nel jujitsu, invece, la forza della quale si necessita proviene proprio dall'avversario. Più si cerca di colpire forte, maggiore sarà la forza che si ritorcerà contro. Il principio, quindi, sta nell'applicare una determinata tecnica proprio nell'ultimo istante dell'attacco subito, con morbidezza e cedevolezza, in modo che l'avversario non si accorga di una difesa e trovi, davanti a sé, il vuoto.


    Descrizione

    Il jujitsu è un'antica forma di combattimento di origine giapponese di cui si hanno notizie certe solamente a partire dal XVI secolo quando la scuola Takenouchi (竹内流) produsse una codificazione dei propri metodi di combattimento. Ma certo l'origine del jujutsu è molto più antica e la definizione, durante tutto il periodo feudale fino all'editto imperiale del 1876 che proibì il porto delle spade decretando così la scomparsa dei samurai, si attribuiva alle forme di combattimento a mani nude o con armi (armi tradizionali, cioè spada, lancia, bastone, etc.) contro un avversario armato o meno, praticate in una moltitudine di scuole dette Ryū, ognuna con la propria specialità. Bastone, Sai e Nunchaku diventano armi, ma nascendo da semplici attrezzi da lavoro. Il bastone infatti serviva a caricare i secchi, i Sai servivano per la brace, mentre il Nunchaku era un semplice strumento usato per battere il riso. Le armi erano inaccessibili ai civili, e quest'ultimi adattarono nell'uso i pochi strumenti che avevano a disposizione, usandoli appunto per difendersi.


    Si distinguevano perciò le scuole dedite all'uso del tachi, la spada tradizionale giapponese, quelle maggiormente orientate alla lotta corpo a corpo, fino alle scuole di nuoto con l'armatura, tiro con l'arco ed equitazione. Quest'ultime costituivano la base dell'addestramento del samurai, espressa dal motto Kyuba No Michi, la via (michi) dell'arco (kyu) e del cavallo (ba), che più tardi muterà nome in bushido. Una caratteristica che accomunava tutte queste scuole era l'assoluta segretezza dei propri metodi e la continua rivalità reciproca, poiché ognuna professava la propria superiorità nei confronti delle altre.


    In un paese come il Giappone, la cui storia fu un susseguirsi di continue guerre tra feudatari, il ruolo del guerriero rivestì una particolare importanza nella cultura popolare, e con esso il jūjutsu. La difesa del territorio, la disputa di una contesa, la protezione offerta dal più forte al più debole sono solo alcuni dei fattori che ne hanno permesso lo sviluppo tecnico, dettato dalla necessità di sopravvivenza.


    Con l'instaurarsi dello shogunato Tokugawa (1603-1867), il Giappone conobbe un periodo di relativa pace: fu questo il momento di massimo sviluppo del jūjutsu, poiché, privi della necessità di combattere e quindi di mantenere la segretezza, fu possibile per i vari Ryū organizzarsi e classificare i propri metodi. Anche la gente comune comincia a interessarsi e a praticare il jūjutsu poiché la pratica portava un arricchimento interiore dell'individuo, data la relazione intercorrente con i riti di meditazione propri del buddismo zen. Ma la cultura guerriera era talmente radicata nella vita dei Giapponesi da spingere i samurai a combattere anche quando non ve n'era l'effettiva necessità. Ciò portava a volte all'organizzazione di vere e proprie sfide chiamate Dōjō Arashi (tempesta sul dōjō), in cui i migliori guerrieri si confrontavano in modo spesso cruento.


    La caduta dell'ultimo shōgun e il conseguente restauro del potere imperiale causarono grandi sconvolgimenti nella vita del popolo: i giapponesi, che fino a quel momento avevano vissuto in completo isolamento dal resto del mondo, ora si volgevano avidamente verso la cultura occidentale che li stava "invadendo". Ciò provocò un rigetto da parte del popolo per tutto ciò che apparteneva al passato ivi compreso il jūjutsu. La diffusione delle armi da fuoco fece il resto: il declino del jūjutsu era in atto.


    l nuovo corso vide la scomparsa della classe sociale dei samurai, che avevano dominato il Giappone per quasi mille anni e il jujitsu da nobile che era scomparve insieme ad essi; i numerosi dōjō allora esistenti furono costretti a chiudere per mancanza di allievi ed i pochi rimasti erano frequentati da gente dedita a combattere per denaro, persone rozze e spesso coinvolte in crimini. Questo aspetto in particolare influenzò negativamente il giudizio del popolo nei confronti del jūjutsu poiché vedeva in esso uno strumento di sopraffazione e violenza.


    Durante il periodo storico chiamato Restaurazione Meiji, si affermò grandemente in giappone il nuovo jujutsu ideato da Jigoro Kano con il nome di Jūdō kodokan, che si proponeva come metodo educativo, insegnato nelle scuole come educazione fisica ed inserito nei programmi di addestramento della polizia giapponese. Si deve infatti ricordare come durante l'era Meiji, il Giappone formò forze armate statali al servizio dell'Imperatore basate sul modello occidentale, ma con caratteristiche autoctone. Nel secondo dopoguerra però, a causa della proibizione generale del generale MacArthur rispetto alla pratica delle arti marziali tradizionali prima, e poi dell'evoluzione sportiva subita dal Jūdō quando poté essere di nuovo praticato (a partire dal 1950), si riaffermò il Jujutsu come tecnica di difesa personale, accanto all'Aikido di Morihei Ueshiba. Il jūjutsu si diffuse nel resto del mondo grazie a quanti, viaggiando per il Giappone (principalmente commercianti e militari) a partire dall'era Meiji, lo appresero reimportandolo nel paese d'origine.


    Oggi è praticato in numerosi paesi del mondo, con organizzazioni anche di carattere internazionale. In Italia la FIJLKAM Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali, possiede al suo interno un settore dedicato, sebbene esistano organizzazioni di carattere privato o promozionale (AICS, ACSI, UISP, AIJJ, ecc.) in cui il jūjutsu è ben sviluppato. Particolare rilievo assume l'Associazione Italiana Ju-Jitsu e Discipline Affini (AIJJ & DA), in quanto unica federazione sportiva italiana di Ju-Jitsu, internazionalmente riconosciuta dalla federazione sportiva JJIF (Ju-Jitsu International Federation), a sua volta riconosciuta dal GAISF (General Association of International Sports Federations) [1] e dal IWGA (International World Games Association).


    Nel mondo esistono molte Scuole e Federazioni che praticano Ju Jitsu; proprio per questo il governo giapponese ha da tempo istituito un Ente, il Dai Nippon Butokukai (Sala delle virtù marziali del grande Giappone), con la funzione di salvaguardare le arti marziali Tradizionali Giapponesi dal "possibile attacco sferrato dalla modernità e dall'avidità umana". Questo Ente certifica l'effettivo collegamento tra il passato e il presente di una Scuola tradizionale, conservandone documenti e quant'altro risulti utile a certificarne l'autenticità.